Gli indumenti che aveva indosso erano sgualciti quando fischiò la fine delle ostilità, la giacca, la camicia e la cravatta rispecchiavano l’andamento dell’incontro che dopo vari capovolgimenti aveva visto prevalere i padroni di casa dell’Uruguay a discapito dei “rivali” Argentini con il risultato finale di 4-2. John Langenus non perse tempo, si diresse spedito in direzione del porto di Montevideo dove una nave era pronta a salpare per l’Europa. L’arbitro belga aveva addirittura sottoscritto il testamento e un’assicurazione sulla vita in favore della propria famiglia poiché il timore di subire dure conseguenze a seguito di errate decisioni sul terreno da gioco era troppo elevato. Terminò così il primo campionato del mondo di calcio della storia, disputato, per l’appunto, in Uruguay. A spiccare, agli occhi dei presenti, fu indiscutibilmente l’incontro tra le due compagini sudamericane ma chi purtroppo non ebbe la fortuna di essere all’interno dello stadio Centenario, fu costretto ad accontentarsi delle foto che gli abili reporter dell’epoca avevano scattato.

John Langenus con il pallone a 12 pannelli utilizzato per una frazione di gioco

A riguardarle bene queste istantanee in bianco e nero sembra essere passata un’eternità, eppure ci dividono “solamente” novant’anni da quel triplice fischio. Le foto, capaci di bloccare il tempo, ci consentono oggi di ammirare i dettagli che la storia di quell’incontro – e non solo – ci regalò. Tra i testimoni principali ritroviamo proprio l’arbitro che la FIFA aveva designato per dirigere la cosiddetta “partita delle partite”. A Langenus, difatti, non toccò solamente arbitrare ma fu costretto, anche, a dirimere la questione legata alla sfera con cui disputare il match. Giacchè, dinanzi all’arduo dilemma, tirò fuori la più diplomatica delle soluzioni: un tempo con il pallone portato dagli argentini e un tempo con il pallone fornito dai padroni di casa. Una soluzione che fu ritenuta soddisfacente da entrambe le compagini.

Tornando a capofitto alle immagini di quella memorabile partita, la cosa che maggiormente balza agli occhi è proprio il modo di vestire dell’allora capo di gabinetto del Governatorato di Anversa: una giacca nera senza neppure il logo della Federazione, la camicia bianca e la cravatta.

Indumenti non certo comodi per dirigere un incontro ai giorni nostri ma che testimoniano quella che per l’epoca era la regola e non l’eccezione. Una regola che ci ha lasciato in eredità l’espressione “giacchetta nera” affibbiata proprio ai direttori di gara. Chissà cosa direbbe Langenus dei direttori di gara odierni dotati di pantaloncini e magliette aderenti e supportati da tecnologie all’avanguardia. Forse, osservandoli bene, preferirebbe darsela a gambe sulla prima nave in partenza!!

John Langenus osserva il pallone “Model T” utilizzato per una frazione di gioco (fonte foto: Wikipedia)

Due giocatori, una racchetta, una pallina e una rete alta circa un metro dal terreno: sono questi gli elementi di base che servono per assistere a una partita da tennis. Uno sport che affonda le radici in alcuni giochi appartenenti alla cultura greco-romana e più volte menzionato nella letteratura fin dal Medioevo quando, nella forma medievale, era chiamato “Real Tennis”, poiché molto praticato a corte. Lo scopo del gioco è colpire la palla per far sì che l’avversario, posto nell’altra metà del campo da gioco, non possa ribatterla dopo il primo rimbalzo o che battendola finisca con mandarla fuori campo o non riesca a superare la rete posta al centro. I punteggi nel tennis sono, a differenza degli altri sport, alquanto inusuali tanto che negli anni si sono tramandate alcune teorie a riguardo: una annuncia che si tratti dei quarti d’ora segnati per prendere il tempo; un’altra sostiene che la traduzione francese (quinze, trente et quarante) sia orecchiabile e che quindi il punteggio fosse una sorta di ritornello; un’altra ancora invece avanza l’ipotesi che i punteggi si riferiscano ai soldi che venivano scommessi durante le vecchie partite di pallacorda (15 soldi equivalevano a un denaro d’oro).

L’attrezzatura necessaria per disputare un incontro di tennis è stata più volte rappresentata su valori postali da varie amministrazioni. Partendo dalle racchette che fungono da vero e proprio prolungamento del braccio: un tempo a farla da padrone era il classico telaio in legno che nei vari francobolli emessi è facile apprezzare. Oggi, grazie soprattutto all’avvento di nuove tecnologie e materiali, le stesse sono prodotte in fibre di vetro o kevlar. Naturalmente con il passare degli anni non è stata solo la racchetta a subire un’evoluzione, basti pensare all’abbigliamento, cambiato in maniera radicale, ha visto il passaggio da uomini in calzoni e camicia e donne in abito lungo – come nel caso di una tennista del 1881 – a striminziti completini utilizzati da ambo i sessi.

L’ultimo importante rinnovamento arriva dalle palline che durante ogni partita “costringono” gli spettatori a ruotare la testa da un lato all’altro del campo da gioco; l’Olanda e San Marino le hanno riprodotte su valori postali rispettivamente nel 1974 e 2012 con colorazioni differenti. Ma prima di arrivare a queste perfette sfere moderne è opportuno ricordare che le più antiche venivano realizzate coi materiali più disparati: pelle, gesso, muschio, sabbia, lana, capelli umani e peli animali. Grazie all’invenzione del processo di vulcanizzazione della gomma, brevettato da Charles Goodyear nel 1844, il tennis moderno adottò le palle di gomma. Oggi possono essere usate in tornei ufficiali solo se rispondono a specifici standard determinati dalla ITF, la Federazione Internazionale di Tennis. Secondo questi parametri, le palline considerate “standard” possono avere un diametro che va da 6,54 a 6,86 centimetri e un peso compreso tra 56 e 59,4 grammi.

Dopo aver analizzato l’evoluzione dell’attrezzatura, attraverso i francobolli è possibile fare un excursus sui campioni che hanno contribuito a scrivere la storia di questo sport sia in campo maschile che femminile. Partendo dal dentello emesso dagli USA nel 2013 in cui è raffigurata Althea Gibson. Questo francobollo ha un doppio significato: oltre a celebrare la prima tennista di colore a vincere un titolo nazionale statunitense battendo nella finale dei campionati in terra rossa Darlene Hard, ci aiuta a non dimenticare l’aria che si respirava in quegli anni in cui la Gibson si impose; basti pensare che nel tennis la segregazione era al 100%, i tornei più importanti erano ad appannaggio dei bianchi mentre quelli dei neri restavano confinati alle cronache di quartiere. L’atleta, dopo aver vinto il titolo affermò: «Stringere la mano alla Regina d’Inghilterra è un bel passo in avanti rispetto a doversi sedere nella parte riservata ai neri sull’autobus per andare in centro a Wilmington, nella Carolina del Nord». Una vittoria che ha aiutato a sconfiggere i pregiudizi dell’epoca ma che non sarebbe mai arrivata se anni prima non ci fosse stata Hazel Wightman, conosciuta come “Regina Madre del Tennis americano” o “Lady Tennis”; sul valore da 25 cent. emesso dagli USA nel 1990 accanto al nome è riportato l’anno 1924 in cui, alle Olimpiadi di Parigi, conquistò due medaglie d’oro nel doppio e nel doppio misto in coppia con “Dick” Williams. Si deve a lei la promozione del tennis nel gentil sesso.

Hazel Wightman
Althea Gibson
Marshall Jon Fisher – Terribile splendore

Da due colonne portanti in ambito femminile si passa in quello maschile. Il tennis come oggi tutti lo conosciamo probabilmente non sarebbe stato tale senza l’influenza del leggendario William Tatem Tilden detto anche “Big Bill”. Un personaggio che oltre a vantare record ancora imbattuti, ha sconfinato nel costume e nella cultura degli anni venti imponendosi con un’eleganza inarrivabile. Celebrato da Marshall Jon Fisher nel libro “Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi” è stato capace di anticipare e proiettare nel futuro questo sport anche come autore di numerosi testi, primo fra tutti la pubblicazione di “The art of lawn tennis”. Nella sua prestigiosa carriera è stato numero uno al mondo vincendo in tutto 19 tornei del Grande Slam (cioè i quattro tornei di tennis più prestigiosi del mondo: L’Australian Open, l’Open di Francia, il Torneo di Wimbledon e l’US Open).

William Tilden

Forse l’unico giocatore dei nostri tempi che si avvicina molto quanto a grazia nelle giocate e titoli vinti al grande Tilden è Roger Federer, immortalato su due francobolli emessi rispettivamente dalla Svizzera nel 2007 e dall’Austria nel 2010. Soprannominato Re Roger è stato il numero 1 al mondo per 237 settimane consecutive, record tuttora imbattuto, dal 2 febbraio 2004 al 17 agosto 2008 ed attualmente è al 16º posto del ranking mondiale ATP, il sistema con cui la Association of Tennis Professionals cerca di stilare una classifica meritocratica dei giocatori di tennis iscritti al circuito.

Roger Federer
Roger Federer

Al primo posto al momento vi è Andy Murray, il primo britannico a vincere un titolo del Grande Slam dal 1977. Il francobollo che lo rappresenta riporta la dicitura “Gold Medal Winner” per celebrare la vittoria dell’oro olimpico di Londra 2012; vittoria bissata quattro anni dopo a Rio de Janeiro, divenendo così il primo tennista della storia a vincere l’oro olimpico per due Olimpiadi consecutive.

Altri tennisti di prestigio sono stati omaggiati dall’Australia nella serie dedicata alle Australian legends. I francobolli dal valore nominale di un dollaro sono raccolti in fogli da dieci e celebrano gli assi della racchetta Pat Cash, Ashley Cooper, Roy Emerson, Neale Fraser, Evonne Goolagong Cawley, John Newcombe, Patrick Rafter, Tony Roche, Ken Rosewall, Frank Sedgman, Fred Stolle e Lleyton Hewitt.

Andy Murray

L’ultimo valore postale emesso in ordine temporale è quello dello scorso 6 dicembre in cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha celebrato – a 40 anni dalla vittoria dell’Italia – la Coppa Davis. Il valore da 0,95 € rappresenta il torneo più conosciuto nonché la massima competizione mondiale a squadre del tennis maschile. L’idea della competizione venne a quattro membri della squadra dell’Università di Harvard che nel 1899 pensarono di sfidare i britannici in una competizione di tennis; oggi la Coppa Davis è il più antico campionato a squadre nazionali di ogni disciplina sportiva. La squadra italiana vi prese parte per la prima volta nel 1922 sotto l’egida dell’allora Federazione Italiana Lawn Tennis che nel 1933 assunse il nome di Federazione Italiana Tennis (FIT) come riproposto dal MISE nel 2010 in occasione del centesimo anniversario della fondazione sul francobollo realizzato in 4.000.000 di esemplari. Uno sport reale che ormai vanta esponenti in gran quantità…