Diciotto giorni di viaggio per arrivare a Stoccolma, in Svezia, dove erano in programma i Giochi della V Olimpiade. Fu questo il tempo che impiegò Shizo Kanakuri per giungere a destinazione dopo essere partito dal capolinea di quella che un tempo era la prima ferrovia del Giappone, ovvero Shinbashi. Era riuscito a realizzare il suo sogno: correre una maratona e rappresentare il suo paese. Un obiettivo raggiunto grazie alla raccolta fondi organizzata dalla Scuola Normale Superiore di Tokyo dove studiava, ora Università di Tsukuba, che con 2000 yen riuscì a garantire la partecipazione del proprio studente.

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Le immagini che scorrono sullo schermo sono quelle di Rocky IV e ripropongono l’attore, Sylvester Stallone, impegnato in un duro allenamento con attrezzi non convenzionali, immerso a rinforzare i muscoli facendo lunghe corse nella neve o sollevando pietre. Osservare quei fotogrammi riporta alla memoria una vicenda realmente accaduta che ha, però, come protagonista una giovane donna cecoslovacca che, anziché tirare di boxe, amava la ginnastica artistica, ovvero Vera Caslavska. A due mesi dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968, Vera si trova nelle campagne della Moravia attanagliata dal timore di poter essere presa, arrestata e trasferita in qualche gulag siberiano a causa della firma del manifesto delle “Duemila parole”. Per conservare la forma fisica utilizza quel poco che ha a disposizione, volteggiando sul prato o appendendosi ai tanti alberi presenti. Cosi come nel film Rocky si concentrava su Ivan Drago, lei proietta le sue attenzioni sulle avversarie, già sul suolo americano, senza la certezza di riuscire a partecipare alle competizioni o, invece, dover rinunciare al sogno olimpico. Un desiderio, quello dei giochi, che potrebbe essere infranto proprio a causa della firma su quel documento che conteneva l’idea di riforme liberali del presidente Alexander Dubcek. Come lei, anche il campionissimo Emil Zatopek aveva sostenuto la Primavera di Praga tanto da essere relegato in una miniera di uranio in Siberia. Tuttavia, nel corso di uno di quegli insoliti allenamenti, la Caslavska riceve la tanto attesa notizia, ossia il pass per Monaco. Il leader comunista Gustáv Husák, che aveva rimpiazzato Dubcek, dopo aver cancellato tutte le riforme del suo predecessore, dà la caccia a tutti i firmatari del manifesto. Nel corso di questa forte repressione si rende conto che, in quel particolare momento, non è il caso di accanirsi contro la campionessa in quanto potrebbe esporsi a forti manifestazioni di protesta che non aiuterebbero quella normalizzazione tanto perseguita dal suo governo. Così la ginnasta si presenta regolarmente ai nastri di partenza di Città del Messico e, attesa da tutti fuori forma, stravolge i pronostici conquistando l’oro al volteggio e l’oro alle parallele.

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Il 13 luglio 1930 rappresenta, per il calcio italiano, una data storica poiché, quell’estate, segna la conclusione del trentesimo campionato italiano di calcio, il primo giocato con la formula del girone unico, partito il 6 ottobre 1929. Dopo 34 partite per squadra a conquistare il titolo fu l’Ambrosiana che, grazie al suo capocannoniere Giuseppe Meazza – autore di ben 31 reti – riuscì a sopraffare gli avversari e portare a Milano, sponda nerazzurra, il terzo titolo nazionale. A dirigere l’orchestra meneghina era Arpad Weisz, brillante e innovatore, che a trentaquattro anni divenne il tecnico più giovane a laurearsi campione d’Italia. Pochi anni dopo cadde vittima dell’olocausto tanto da essere celebrato, da Matteo Marani, nel libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”.

Matteo Marani – Dallo scudetto ad Auschwitz

La vittoria conseguita dalla squadra del presidente Oreste Simonotti fu colta al volo dall’azienda leader nel settore degli pneumatici, ovvero la Pirelli che aveva, nel frattempo, utilizzato il proprio know-how per realizzare proprio palloni da calcio. Nel 1922, infatti, un celebre ingegnere pirelliano, Giuseppe Venosta, aveva depositato il brevetto per i “palloni per foot-ball”. I freschi entusiasmi, pertanto, consentirono di reclamizzare le camere d’aria per “foot-ball” (com’era chiamato all’epoca) in modo da far concorrenza alle straniere “Tuplin”, “MacGregor” e “Verdun”. L’idea fu geniale poiché bastò reclamizzare un gioco, probabilmente già in catalogo della Marca Stella nei primi anni del secolo, come denunciano magliette e scarponcini dei giocatori, ovvero “Il gioco dell’oca”. 

Sebbene risalente alla metà del XVI secolo è stato, senza dubbio, “IL” gioco di percorso per eccellenza, utilizzato da grandi e piccini per decine di anni. Nella sua forma calcistica, consta di 56 caselle in cui vi sono espliciti riferimenti a termini del vocabolario della capostipite Inghilterra come, ad esempio, “ens” che rappresenta il fallo di mano. A vincere il gioco sarà proprio chi arriverà per primo all’ultima casella riportante il campo di gara in cui giocano abilmente giocatori che indossano le casacche delle due squadre milanesi. Nella casella n. 1, invece, è fedelmente riproposto il pallone a sei stringhe marchiato “Pirelli” – commercializzato dal 1924 come “corazza per football” – primo vero pallone in tessuto gommato ad entrare in commercio al posto dei tradizionali palloni di cuoio: “inalterabile con qualunque terreno“, dalla sfericità “perfetta e indeformabile“, di durata quadrupla rispetto alle corazze di cuoio, a conferma dell’impegno dell’azienda nel divulgare e promuovere il giuoco del calcio. 

Un gioco che è diventato, anche grazie all’azienda milanese, il più praticato a livello mondiale.

Il gioco dell’oca nella forma calcistica
Jules Rimet

Sono passati poco più di novantadue anni da quando il 29 maggio 1928 il congresso di Amsterdam approvò il progetto proposto da Henri Delaunay per organizzare un torneo mondiale per nazioni. L’allora presidente della FIFA, Jules Rimet, dopo aver accolto favorevolmente il progetto accolse la proposta dell’Uruguay di organizzare il torneo in concomitanza con il centenario della propria indipendenza.  Ideata la competizione e trovata la nazione ospitante mancava solamente il trofeo da assegnare al futuro vincitore: l’arduo compito fu assegnato da Rimet all’orafo Abel LaFleur – cresciuto nella scuola Cartier – il quale coniò l’ormai celebre statuetta alta 30 centimetri raffigurante una vittoria alata che reggeva una coppa decagonale. Il peso complessivo era di 3,8 kg di cui 1,8 kg in argento sterling placcato oro. La coppa, raffigurata nel bellissimo valore posto in commercio dalle poste ungheresi il 7 giugno 1966, raggiunse il Sudamerica a bordo del naviglio italiano “Conte Verde” di proprietà della compagnia di navigazione Lloyd Sabaudo di Genova, su cui viaggiavano anche il presidente della FIFA nonché i giocatori di Francia, Romania, Belgio e Brasile. L’annullo impresso sulla busta in cui spicca in bella mostra l’imbarcazione certifica il viaggio che consegnò questi “pionieri del calcio mondiale” ai libri di storia. 

Il cane Pickels
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Il tempo non aveva cambiato nulla. Le immagini che ricordava sin da quando era solo una giovane appassionata di sport si stavano ripetendo davanti ai suoi occhi al ritorno ad Albany dove, tuttavia, era rientrata con una medaglia d’oro al collo. Bianchi e neri erano, come sempre, divisi durante il lungo corteo a lei dedicato e il primo cittadino, nonostante il meraviglioso risultato ottenuto, non le strinse neanche la mano. Eppure, pochi giorni prima, aveva conquistato il gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Londra: il suo salto, di 1,68 metri, costituiva non solo il primato americano ma anche olimpico. La prima donna afroamericana a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi, nessuna prima di lei. 

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Uno specchio d’acqua, una folla immensa in estasi per la finale che da lì a pochi minuti decreterà i campioni olimpici dell’otto maschile e due occhi – tra tanti – particolarmente interessati al vincitore finale. L’XI Olimpiade è stata e resterà per sempre la creatura voluta dal Führer che con la magnificenza dell’evento voleva dimostrare la supremazia ariana a discapito delle altre razze considerate “minori”. A riprendere, con delle telecamere all’avanguardia per l’epoca, gli otto ragazzi della Washington University fu la tedesca Leni Riefenstahl che rese loro onore nel meraviglioso film sulle Olimpiadi dal titolo Olympia 1936. Una medaglia d’oro guadagnata bracciata dopo bracciata che non fece altro che peggiorare lo stato d’animo di Adolf Hitler che, dopo le straordinarie vittoria di Jesse Owens, vide sfumare anche per l’equipaggio nazista la possibilità di agguantare il gradino più alto del podio. Una storia quella dell’equipaggio statunitense di canottaggio celebrata egregiamente nel libro di James Brown – Erano ragazzi in barcadato alle stampe nel 2015. 

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Uno, due, cinque, dieci passi…corre stringendo quella palla come fosse la cosa più importante della vita e, forse, lo è, in quel preciso momento. Non vuole perderla, dribbla, come birilli, sei avversari e, dopo quattordici secondi, che corrispondono, guarda caso, al numero di maglia che ha sulla schiena, si lascia andare schiacciando la sfera ovale contro il terreno. È finalmente meta. In quell’istante non si rende conto dell’impresa appena compiuta, ma, quei settanta metri percorsi, ancora oggi, rappresentano il record imbattuto di percorrenza con il pallone in mano nel campionato del mondo di rugby.

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Un gentiluomo, con una camicia ed un cardigan, poggiato con la mano sinistra su una mazza da golf. Questa è la prima immagine che, ai più, rimane impressa una volta atterrati all’aeroporto di Latorbe, in Pennsylvania, dove una statua a grandezza naturale riproduce quest’uomo elegante che quotidianamente accoglie i passeggeri. Non è uno qualunque e molti lo riconoscono anche senza leggere la targa posta ai suoi piedi proprio perché a lui è intitolato l’aeroporto della cittadina nella contea di Westmoreland.

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Impolverato e stanco, rientrando nell’umile dimora dopo l’ennesima giornata di lavoro, era ignaro del fatto che la sua vita stava per stravolgersi completamente con l’arrivo della Grande Guerra. Il “muratore del Friuli”, com’era soprannominato, non ci pensò su arruolandosi nel 6° battaglione bersaglieri ciclisti, in particolare, nel corpo speciale degli esploratori d’assalto, equipaggiato, per l’appunto, con biciclette pieghevoli. Le atrocità del conflitto mondiale lo consacrarono un eroe, tanto che gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare. Tornato a casa, riprese tra le mani le due ruote che lo avevano accompagnato nel corso della guerra, ma con un altro scopo: correre. 

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