Uno, due, cinque, dieci passi…corre stringendo quella palla come fosse la cosa più importante della vita e, forse, lo è, in quel preciso momento. Non vuole perderla, dribbla, come birilli, sei avversari e, dopo quattordici secondi, che corrispondono, guarda caso, al numero di maglia che ha sulla schiena, si lascia andare schiacciando la sfera ovale contro il terreno. È finalmente meta. In quell’istante non si rende conto dell’impresa appena compiuta, ma, quei settanta metri percorsi, ancora oggi, rappresentano il record imbattuto di percorrenza con il pallone in mano nel campionato del mondo di rugby.

E pensare che la prima convocazione in nazionale era avvenuta appena tre anni prima, a soli 19 anni, eppure, John Kirwan, era già un omone alto 1,91 in grado di far comprendere, rapidamente, le potenzialità uniche che solo i campioni, quelli veri, hanno.

Guarda caso, l’avversario di quel match è proprio la nazionale italiana che ritroverà, diversi anni dopo, come commissario tecnico.

Una carriera ricca di successi che sembra non interrompersi mai come, d’altronde, lo è l’amore per quello sport, che fin da bambino, lo ha portato a confrontarsi con i più forti giocatori del mondo. Nel 1988 fu, infatti, insignito dalla Regina Elisabetta II dell’onorificenza di membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per i suoi meriti sportivi in campo rugbistico.

John Kirwan – Gli All Blacks non piangono

Un uomo forte, con una vita perennemente in corsa. Sembrava che nulla potesse fermarlo o costringerlo a subire brusche fermate, neanche sul campo da rugby anche perché, chiunque ci provasse, otteneva l’effetto contrario.

Ma è quando cala il sipario sui match o sugli allenamenti, che il campione neozelandese affronta l’incubo peggiore, quel male oscuro che non è facile accettare e, ancora meno, da ammettere. Qui, i muscoli servono a poco e la velocità non può essere di supporto perché questo non è un avversario che puoi superare con facilità, almeno non da solo. La depressione lo avvolge e lo stravolge nell’intimo, rendendogli difficile anche le più semplici attività quotidiane. La cosa più difficoltosa, per uno come lui, ovvero per un componente degli All Blacks, è ammettere ciò che sta affrontando, perché la paura di rovinare tutto ciò che era riuscito a conquistarsi con quella maglia lo attanaglia. Fortunatamente, la luce in fondo al tunnel appare grazie al supporto psicologico a cui si affida e ciò, gli consente di gettare la maschera con cui oramai era abituato a convivere.

Il 2006 è l’anno in cui confessa al mondo la sua malattia e l’affetto che riceve è enorme, soprattutto dai suoi connazionali che si stringono intorno al proprio amato campione. Riversa la sua esperienza nel libro dal titolo “GLI ALL BLACKS NON PIANGONO”, divenuto presto bestseller in Nuova Zelanda, ove il tasso di suicidi è altissimo, tanto da risultare il secondo al mondo, colpendo soprattutto uomini.

In copertina si intravede Kirwan che traccia sulla sabbia la parola HOPE: un chiaro invito a sperare sempre poiché, da qualsiasi situazione, per tragica che possa essere, vi è sempre una via d’uscita.

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