Il tempo non aveva cambiato nulla. Le immagini che ricordava sin da quando era solo una giovane appassionata di sport si stavano ripetendo davanti ai suoi occhi al ritorno ad Albany dove, tuttavia, era rientrata con una medaglia d’oro al collo. Bianchi e neri erano, come sempre, divisi durante il lungo corteo a lei dedicato e il primo cittadino, nonostante il meraviglioso risultato ottenuto, non le strinse neanche la mano. Eppure, pochi giorni prima, aveva conquistato il gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Londra: il suo salto, di 1,68 metri, costituiva non solo il primato americano ma anche olimpico. La prima donna afroamericana a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi, nessuna prima di lei. 

Una medaglia, a prescindere dal metallo, tuttavia, non poteva cambiare il perdurare del razzismo che in America, soprattutto in quegli anni, si manifestava a trecentosessanta gradi. Medesimo atteggiamento toccò ad un altro statunitense esattamente dodici anni dopo quando un giovane Cassius Clay rientrò da Roma con l’oro conquistato in finale contro il polacco Pietrzykowski. 

Storie che s’intrecciano e ci aiutano a comprendere contro cosa e chi questi grandi atleti abbiano combattuto. Anni difficili in cui ad Alice era vietato allenarsi sui campi di atletica con i bianchi e costretta, in tal modo, ad affinare la tecnica, a piedi nudi, su strade sterrate e campi pieni zeppi d’erba. Una battaglia continua che instillò in lei quel seme della vittoria che la portò a vincere l’oro il 7 agosto 1948 davanti a ben ottantatremila spettatori. Se per il mondo rappresentava una vera e propria novità non si può dire altrettanto per i suoi compatrioti che l’avevano vista primeggiare ben 25 volte in campionati nazionali, di cui 10 consecutivi. 

Questi trofei, accompagnati dall’oro olimpico, tuttavia non bastarono e, a soli 25 anni, decise, improvvisamente, di abbandonare il mondo dell’atletica convinta dal fatto che, nonostante gli innumerevoli sforzi sportivi, nulla potesse cambiare in una società dominata dal razzismo. Così, dopo il ritiro dalle gare, diventò insegnante conseguendo, nel 1949, una laurea in economia domestica presso l’Albany State College.

Nel 1975 è entrata a far parte del National Track & Field Hall of Fame degli Stati Uniti ovvero il museo che commemora i protagonisti della storia dell’atletica leggera statunitense e, nel 2004, nella Olympic Hall of Fame.  Nel 1994 crea l’Alice Coachman Track and Field Foundation per aiutare giovani atleti ed ex sportivi in difficoltà finanziarie. Ci ha salutato dopo novant’anni, nel 2014, lasciandoci in eredità una storia da raccontare e un record che nessuno potrà mai cancellare. Perché non c’è nessuno, nessuno prima di lei.

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