Un gentiluomo, con una camicia ed un cardigan, poggiato con la mano sinistra su una mazza da golf. Questa è la prima immagine che, ai più, rimane impressa una volta atterrati all’aeroporto di Latorbe, in Pennsylvania, dove una statua a grandezza naturale riproduce quest’uomo elegante che quotidianamente accoglie i passeggeri. Non è uno qualunque e molti lo riconoscono anche senza leggere la targa posta ai suoi piedi proprio perché a lui è intitolato l’aeroporto della cittadina nella contea di Westmoreland.

Bisogna riportare indietro le lancette del tempo sino al 10 settembre 1929 quando papà Deacon e mamma Doris misero al mondo il loro figlio chiamandolo Arnold, senza sapere che quel giorno, in quella città che oggi conta circa ottomila abitanti, era venuto al mondo un campione, e che campione. Arnold Palmer è considerato uno dei più grandi giocatori di golf a livello mondiale e, grazie al suo apporto, questo sport si è diffuso a macchia d’olio, lo stesso olio che i suoi connazionali acquistavano per il motore delle proprie auto dopo aver visto le campagne pubblicitarie in cui lo consigliava caldamente. Ha giocato un’infinità di match per oltre cinquant’anni, vincendo 62 tornei. 

Con Jack Nicklaus e Gary Player ha fatto parte del terzetto di grandi giocatori a cui si attribuisce il merito di aver reso popolare il golf nel mondo. Gli americani, e non solo, tifavano per lui perché giocava un golf che entusiasmava, era gentile e semplice, tanto da avere un vero e proprio esercito di tifosi che lo seguiva ovunque, gli Arnie’s Army. Imponeva la sua legge sul fairway tanto da essere soprannominato, per l’appunto, “Il Re”. Un Re in grado di trasformare una disciplina da sport d’élite a sport di massa, dando lezioni di puttanche al presidente Obama sulla moquette della Sala Ovale.

Ci ha lasciati a 87 anni, il 25 settembre 2016, con un patrimonio stimato di circa 675 milioni di dollari, racimolato giocando e pubblicizzando autovetture, cereali e bibite.Quest’anno sarà celebrato dagli Stati Uniti con un francobollo appartenente alla serie Forever, un “per sempre” che resterà nei nostri cuori a lungo. E se un giorno ci fosse qualcuno intenzionato a conoscerne meglio le gesta, non ci resterà che raccontargli questa storia sorseggiando un drink, rigorosamente un analcolico “Arnold Palmer”.

Impolverato e stanco, rientrando nell’umile dimora dopo l’ennesima giornata di lavoro, era ignaro del fatto che la sua vita stava per stravolgersi completamente con l’arrivo della Grande Guerra. Il “muratore del Friuli”, com’era soprannominato, non ci pensò su arruolandosi nel 6° battaglione bersaglieri ciclisti, in particolare, nel corpo speciale degli esploratori d’assalto, equipaggiato, per l’appunto, con biciclette pieghevoli. Le atrocità del conflitto mondiale lo consacrarono un eroe, tanto che gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare. Tornato a casa, riprese tra le mani le due ruote che lo avevano accompagnato nel corso della guerra, ma con un altro scopo: correre. 

Ottavio Bottecchia non immaginava ancora che in pochi anni tutto il mondo lo avrebbe conosciuto, applaudito e osannato. 

La vita cambiò definitivamente nel 1923 quando fu notato alla Milano-Sanremo ed invitato al Tour de France dello stesso anno, giungendo secondo dietro al transalpino Henri Pélissier. Riuscì ad imporsi nella seconda tappa da Le Havre a Cherbourg indossando, in tal modo, la maglia gialla (primo italiano a riuscire nell’impresa). Con la Grande Boucle fu amore a prima vista tanto che i francesi ne storpiarono il nome in Botescià.

I due anni successivi furono un vero e proprio trionfo. Parigi fu l’epilogo di due incredibili successi con strepitose performance, come nel caso del Tour de France 1924 nel quale, Bottecchia, riuscì nell’impresa di restare al comando della classifica generale dalla prima all’ultima tappa. Nell’edizione del 1926, purtroppo, fu costretto al ritiro alla decima tappa, da Bayonne a Luchon. 

Oramai, il nome di Botescià risuonava ovunque e la fama aumentava di giorno in giorno, cosa che gli consentì di guadagnare una piccola fortuna. Decise, allora, in collaborazione con Teodoro Carnielli (titolare dell’omonima ditta che nel 1964 realizzò la prima bicicletta pieghevole chiamata “Graziella”), di fondare una ditta per la costruzione di biciclette che portava il suo nome. 

Dopo aver lavorato duramente e affrontato la guerra, le più grandi montagne francesi sembravano fargli il solletico in confronto alla sfida più dura di tutte, ovvero la prematura scomparsa del fratello Giovanni. 

La tragedia che colpì l’intera famiglia non spense i sogni di Ottavio che voleva competere con i più grandi corridori, anche in territorio italiano correndo il Giro d’Italia, per dimostrare, ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il suo valore. 

Purtroppo, non poteva sapere che tutto si sarebbe, invece, tragicamente fermato il 15 giugno 1927 mentre percorreva le strade che tanto conosceva, durante quello che sarebbe stato l’ultimo allenamento della sua vita. 

Un istante che cambia la vita, un incidente le cui cause sono ancora ricoperte da un alone di mistero, tra varie ipotesi che vanno dal racket delle scommesse sino all’omicidio per motivi politici. Molti propendono anche che Bottecchia abbia avuto un improvviso malore. Qualsiasi sia la causa che spense la vita di questo grande campione, nulla potrà mai cancellare le splendide imprese sportive e la grande umanità che sempre lo contraddistinse. 

Una vita che seppur breve, lo consacrò per sempre tra le leggende dello sport mondiale.

Claudio Gregori – Il Corno di Orlando

Gli indumenti che aveva indosso erano sgualciti quando fischiò la fine delle ostilità, la giacca, la camicia e la cravatta rispecchiavano l’andamento dell’incontro che dopo vari capovolgimenti aveva visto prevalere i padroni di casa dell’Uruguay a discapito dei “rivali” Argentini con il risultato finale di 4-2. John Langenus non perse tempo, si diresse spedito in direzione del porto di Montevideo dove una nave era pronta a salpare per l’Europa. L’arbitro belga aveva addirittura sottoscritto il testamento e un’assicurazione sulla vita in favore della propria famiglia poiché il timore di subire dure conseguenze a seguito di errate decisioni sul terreno da gioco era troppo elevato. Terminò così il primo campionato del mondo di calcio della storia, disputato, per l’appunto, in Uruguay. A spiccare, agli occhi dei presenti, fu indiscutibilmente l’incontro tra le due compagini sudamericane ma chi purtroppo non ebbe la fortuna di essere all’interno dello stadio Centenario, fu costretto ad accontentarsi delle foto che gli abili reporter dell’epoca avevano scattato.

John Langenus con il pallone a 12 pannelli utilizzato per una frazione di gioco

A riguardarle bene queste istantanee in bianco e nero sembra essere passata un’eternità, eppure ci dividono “solamente” novant’anni da quel triplice fischio. Le foto, capaci di bloccare il tempo, ci consentono oggi di ammirare i dettagli che la storia di quell’incontro – e non solo – ci regalò. Tra i testimoni principali ritroviamo proprio l’arbitro che la FIFA aveva designato per dirigere la cosiddetta “partita delle partite”. A Langenus, difatti, non toccò solamente arbitrare ma fu costretto, anche, a dirimere la questione legata alla sfera con cui disputare il match. Giacchè, dinanzi all’arduo dilemma, tirò fuori la più diplomatica delle soluzioni: un tempo con il pallone portato dagli argentini e un tempo con il pallone fornito dai padroni di casa. Una soluzione che fu ritenuta soddisfacente da entrambe le compagini.

Tornando a capofitto alle immagini di quella memorabile partita, la cosa che maggiormente balza agli occhi è proprio il modo di vestire dell’allora capo di gabinetto del Governatorato di Anversa: una giacca nera senza neppure il logo della Federazione, la camicia bianca e la cravatta.

Indumenti non certo comodi per dirigere un incontro ai giorni nostri ma che testimoniano quella che per l’epoca era la regola e non l’eccezione. Una regola che ci ha lasciato in eredità l’espressione “giacchetta nera” affibbiata proprio ai direttori di gara. Chissà cosa direbbe Langenus dei direttori di gara odierni dotati di pantaloncini e magliette aderenti e supportati da tecnologie all’avanguardia. Forse, osservandoli bene, preferirebbe darsela a gambe sulla prima nave in partenza!!

John Langenus osserva il pallone “Model T” utilizzato per una frazione di gioco (fonte foto: Wikipedia)