Le immagini che scorrono sullo schermo sono quelle di Rocky IV e ripropongono l’attore, Sylvester Stallone, impegnato in un duro allenamento con attrezzi non convenzionali, immerso a rinforzare i muscoli facendo lunghe corse nella neve o sollevando pietre. Osservare quei fotogrammi riporta alla memoria una vicenda realmente accaduta che ha, però, come protagonista una giovane donna cecoslovacca che, anziché tirare di boxe, amava la ginnastica artistica, ovvero Vera Caslavska. A due mesi dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968, Vera si trova nelle campagne della Moravia attanagliata dal timore di poter essere presa, arrestata e trasferita in qualche gulag siberiano a causa della firma del manifesto delle “Duemila parole”. Per conservare la forma fisica utilizza quel poco che ha a disposizione, volteggiando sul prato o appendendosi ai tanti alberi presenti. Cosi come nel film Rocky si concentrava su Ivan Drago, lei proietta le sue attenzioni sulle avversarie, già sul suolo americano, senza la certezza di riuscire a partecipare alle competizioni o, invece, dover rinunciare al sogno olimpico. Un desiderio, quello dei giochi, che potrebbe essere infranto proprio a causa della firma su quel documento che conteneva l’idea di riforme liberali del presidente Alexander Dubcek. Come lei, anche il campionissimo Emil Zatopek aveva sostenuto la Primavera di Praga tanto da essere relegato in una miniera di uranio in Siberia. Tuttavia, nel corso di uno di quegli insoliti allenamenti, la Caslavska riceve la tanto attesa notizia, ossia il pass per Monaco. Il leader comunista Gustáv Husák, che aveva rimpiazzato Dubcek, dopo aver cancellato tutte le riforme del suo predecessore, dà la caccia a tutti i firmatari del manifesto. Nel corso di questa forte repressione si rende conto che, in quel particolare momento, non è il caso di accanirsi contro la campionessa in quanto potrebbe esporsi a forti manifestazioni di protesta che non aiuterebbero quella normalizzazione tanto perseguita dal suo governo. Così la ginnasta si presenta regolarmente ai nastri di partenza di Città del Messico e, attesa da tutti fuori forma, stravolge i pronostici conquistando l’oro al volteggio e l’oro alle parallele.

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Il tempo non aveva cambiato nulla. Le immagini che ricordava sin da quando era solo una giovane appassionata di sport si stavano ripetendo davanti ai suoi occhi al ritorno ad Albany dove, tuttavia, era rientrata con una medaglia d’oro al collo. Bianchi e neri erano, come sempre, divisi durante il lungo corteo a lei dedicato e il primo cittadino, nonostante il meraviglioso risultato ottenuto, non le strinse neanche la mano. Eppure, pochi giorni prima, aveva conquistato il gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Londra: il suo salto, di 1,68 metri, costituiva non solo il primato americano ma anche olimpico. La prima donna afroamericana a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi, nessuna prima di lei. 

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Uno, due, cinque, dieci passi…corre stringendo quella palla come fosse la cosa più importante della vita e, forse, lo è, in quel preciso momento. Non vuole perderla, dribbla, come birilli, sei avversari e, dopo quattordici secondi, che corrispondono, guarda caso, al numero di maglia che ha sulla schiena, si lascia andare schiacciando la sfera ovale contro il terreno. È finalmente meta. In quell’istante non si rende conto dell’impresa appena compiuta, ma, quei settanta metri percorsi, ancora oggi, rappresentano il record imbattuto di percorrenza con il pallone in mano nel campionato del mondo di rugby.

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Un gentiluomo, con una camicia ed un cardigan, poggiato con la mano sinistra su una mazza da golf. Questa è la prima immagine che, ai più, rimane impressa una volta atterrati all’aeroporto di Latorbe, in Pennsylvania, dove una statua a grandezza naturale riproduce quest’uomo elegante che quotidianamente accoglie i passeggeri. Non è uno qualunque e molti lo riconoscono anche senza leggere la targa posta ai suoi piedi proprio perché a lui è intitolato l’aeroporto della cittadina nella contea di Westmoreland.

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Impolverato e stanco, rientrando nell’umile dimora dopo l’ennesima giornata di lavoro, era ignaro del fatto che la sua vita stava per stravolgersi completamente con l’arrivo della Grande Guerra. Il “muratore del Friuli”, com’era soprannominato, non ci pensò su arruolandosi nel 6° battaglione bersaglieri ciclisti, in particolare, nel corpo speciale degli esploratori d’assalto, equipaggiato, per l’appunto, con biciclette pieghevoli. Le atrocità del conflitto mondiale lo consacrarono un eroe, tanto che gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare. Tornato a casa, riprese tra le mani le due ruote che lo avevano accompagnato nel corso della guerra, ma con un altro scopo: correre. 

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John Langenus con il pallone a 12 pannelli utilizzato per una frazione di gioco

Gli indumenti che aveva indosso erano sgualciti quando fischiò la fine delle ostilità, la giacca, la camicia e la cravatta rispecchiavano l’andamento dell’incontro che dopo vari capovolgimenti aveva visto prevalere i padroni di casa dell’Uruguay a discapito dei “rivali” Argentini con il risultato finale di 4-2. John Langenus non perse tempo, si diresse spedito in direzione del porto di Montevideo dove una nave era pronta a salpare per l’Europa. L’arbitro belga aveva addirittura sottoscritto il testamento e un’assicurazione sulla vita in favore della propria famiglia poiché il timore di subire dure conseguenze a seguito di errate decisioni sul terreno da gioco era troppo elevato.

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