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Le immagini che scorrono sullo schermo sono quelle di Rocky IV e ripropongono l’attore, Sylvester Stallone, impegnato in un duro allenamento con attrezzi non convenzionali, immerso a rinforzare i muscoli facendo lunghe corse nella neve o sollevando pietre. Osservare quei fotogrammi riporta alla memoria una vicenda realmente accaduta che ha, però, come protagonista una giovane donna cecoslovacca che, anziché tirare di boxe, amava la ginnastica artistica, ovvero Vera Caslavska. A due mesi dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968, Vera si trova nelle campagne della Moravia attanagliata dal timore di poter essere presa, arrestata e trasferita in qualche gulag siberiano a causa della firma del manifesto delle “Duemila parole”. Per conservare la forma fisica utilizza quel poco che ha a disposizione, volteggiando sul prato o appendendosi ai tanti alberi presenti. Cosi come nel film Rocky si concentrava su Ivan Drago, lei proietta le sue attenzioni sulle avversarie, già sul suolo americano, senza la certezza di riuscire a partecipare alle competizioni o, invece, dover rinunciare al sogno olimpico. Un desiderio, quello dei giochi, che potrebbe essere infranto proprio a causa della firma su quel documento che conteneva l’idea di riforme liberali del presidente Alexander Dubcek. Come lei, anche il campionissimo Emil Zatopek aveva sostenuto la Primavera di Praga tanto da essere relegato in una miniera di uranio in Siberia. Tuttavia, nel corso di uno di quegli insoliti allenamenti, la Caslavska riceve la tanto attesa notizia, ossia il pass per Monaco. Il leader comunista Gustáv Husák, che aveva rimpiazzato Dubcek, dopo aver cancellato tutte le riforme del suo predecessore, dà la caccia a tutti i firmatari del manifesto. Nel corso di questa forte repressione si rende conto che, in quel particolare momento, non è il caso di accanirsi contro la campionessa in quanto potrebbe esporsi a forti manifestazioni di protesta che non aiuterebbero quella normalizzazione tanto perseguita dal suo governo. Così la ginnasta si presenta regolarmente ai nastri di partenza di Città del Messico e, attesa da tutti fuori forma, stravolge i pronostici conquistando l’oro al volteggio e l’oro alle parallele.

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Jules Rimet

Sono passati poco più di novantadue anni da quando il 29 maggio 1928 il congresso di Amsterdam approvò il progetto proposto da Henri Delaunay per organizzare un torneo mondiale per nazioni. L’allora presidente della FIFA, Jules Rimet, dopo aver accolto favorevolmente il progetto accolse la proposta dell’Uruguay di organizzare il torneo in concomitanza con il centenario della propria indipendenza.  Ideata la competizione e trovata la nazione ospitante mancava solamente il trofeo da assegnare al futuro vincitore: l’arduo compito fu assegnato da Rimet all’orafo Abel LaFleur – cresciuto nella scuola Cartier – il quale coniò l’ormai celebre statuetta alta 30 centimetri raffigurante una vittoria alata che reggeva una coppa decagonale. Il peso complessivo era di 3,8 kg di cui 1,8 kg in argento sterling placcato oro. La coppa, raffigurata nel bellissimo valore posto in commercio dalle poste ungheresi il 7 giugno 1966, raggiunse il Sudamerica a bordo del naviglio italiano “Conte Verde” di proprietà della compagnia di navigazione Lloyd Sabaudo di Genova, su cui viaggiavano anche il presidente della FIFA nonché i giocatori di Francia, Romania, Belgio e Brasile. L’annullo impresso sulla busta in cui spicca in bella mostra l’imbarcazione certifica il viaggio che consegnò questi “pionieri del calcio mondiale” ai libri di storia. 

Il cane Pickels
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Uno specchio d’acqua, una folla immensa in estasi per la finale che da lì a pochi minuti decreterà i campioni olimpici dell’otto maschile e due occhi – tra tanti – particolarmente interessati al vincitore finale. L’XI Olimpiade è stata e resterà per sempre la creatura voluta dal Führer che con la magnificenza dell’evento voleva dimostrare la supremazia ariana a discapito delle altre razze considerate “minori”. A riprendere, con delle telecamere all’avanguardia per l’epoca, gli otto ragazzi della Washington University fu la tedesca Leni Riefenstahl che rese loro onore nel meraviglioso film sulle Olimpiadi dal titolo Olympia 1936. Una medaglia d’oro guadagnata bracciata dopo bracciata che non fece altro che peggiorare lo stato d’animo di Adolf Hitler che, dopo le straordinarie vittoria di Jesse Owens, vide sfumare anche per l’equipaggio nazista la possibilità di agguantare il gradino più alto del podio. Una storia quella dell’equipaggio statunitense di canottaggio celebrata egregiamente nel libro di James Brown – Erano ragazzi in barcadato alle stampe nel 2015. 

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Uno, due, cinque, dieci passi…corre stringendo quella palla come fosse la cosa più importante della vita e, forse, lo è, in quel preciso momento. Non vuole perderla, dribbla, come birilli, sei avversari e, dopo quattordici secondi, che corrispondono, guarda caso, al numero di maglia che ha sulla schiena, si lascia andare schiacciando la sfera ovale contro il terreno. È finalmente meta. In quell’istante non si rende conto dell’impresa appena compiuta, ma, quei settanta metri percorsi, ancora oggi, rappresentano il record imbattuto di percorrenza con il pallone in mano nel campionato del mondo di rugby.

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